Giuliana Sgrena:My Truth
(I apologise to all Italian readers if I have dented your
language,here.This was taken from today's Il Manifesto,in an attempt to
preserve it for furture reference)
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo,
Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e
racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa
insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai
testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto
spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario
DA GIULIANA SGRENA
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più
drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata
sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da
giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa.
Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza.
Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire
che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due
personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare
che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente
baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho
provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure
perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima
volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so
quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo
punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a
scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per
Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato
subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho
capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se
tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un
baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata
d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali
della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono
intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il
momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo
qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno
scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto.
Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea
cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva
piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era
l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa
che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota
proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti
verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano
parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e
molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e
cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da
sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi
che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho
appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una
voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti
preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Dalla prigione al fuoco
In macchina Nicola Calipari parlava, parlava, era incontenibile, una
valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una
consolazione calorosa che avevo dimenticato. Nei primi giorni del
rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero infuriata. Uno dei miei
rapitori mi ha raccontato della maglietta di Totti. Era esterrefatto,
diceva di essere tifoso della Roma. Mi hanno fatto vedere un
telegiornale, la Jihad annunciava la mia prossima esecuzione. Ero
terrorizzata. Mi hanno detto: «non siamo noi»
GIULIANA SGRENA
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho
provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per
le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una
valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una
consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La
macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio
pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti
incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma
d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto
quello che avevo passato era.....
|